Fra tempi e terre – Maria C. Baroni

Pubblicato il 4 aprile 2025 su Scrittura e Letture da Adam Vaccaro

Maria Carla Baroni, Fra tempi e terre, Stampa 2009, Azzate (VA) 2023. Pagg.25. € 7,00

Nota di lettura di Laura Cantelmo

Di Maria Carla Baroni conosciamo la sensibilità militante nell’impegno politico, oltre alla tempra pugnace nella lotta ininterrotta contro il sistema socioeconomico attuale, che sta mostrando un crescente cinismo sociale, con le piaghe che ne conseguono.
Nella sua più recente raccolta, Fra tempi e terre si percepisce una tensione lirica più alta, rispetto al passato, dovuta alla sensazione del trascorrere del tempo verso una meta fatale, la cui presenza è già individuabile nella solitudine, che in questi anni si è aggravata per tutti. Eppure, emerge, incontaminata, una eraclitea convinzione che tutto scorre, ma non si estingue: “L’oceano del tempo avvolge la vita e le sue forme. […] Danza delle dune nel deserto /nel vento che passa/e trasforma.” (“Miraggi”). Si nota nelle stesse parole chiave del titolo, che il tempo è diventato dominante nella sua quotidiana percezione esistenziale, in quel fluire che investe i giorni, mutando gli aspetti della natura e l’anima delle città. Il pensiero si concentra sui luoghi in cui ha vissuto o che ha conosciuto: l’Africa, lapidariamente descritta nella sua perdurante condizione: “All’alba/ accorrono all’acqua/ a corona di una rotonda sorgente / prede e predatori insieme. /All’alba all’acqua/ in una luce soffusa d’attesa/ è sospeso l’artiglio della morte.” (“Alba all’Etosha Park”). Appare in modo esplicito, in questa bella raffigurazione di un’alba in Namibia, una delle parole chiave – morte. La sua presenza in questa raccolta è pervasiva, spesso affidata a una serie di immagini che appartengono a quel campo semantico, determinando l’atmosfera di quasi tutti i testi. Come pure vi aleggia l’idea di prede e predatori – immagine potente, che, con la ripetizione della radice pred, sottolinea la critica al capitalismo imperante e al suo spirito di rapina, tema portante dell’intera silloge.
La stessa immagine ritroviamo in Milano, sua città natale “Milano un tempo/città d’acque lente […] Ora mare di cemento” (“Città che fu d’acque lente”). Il senso tragico dell’indebolirsi della consapevolezza politica, del degrado della vita sociale, emerge nel clamoroso contrasto tra povertà e ricchezza che sembra – questo sì – un destino irreversibile che turba i nostri pensieri. Toni di profonda malinconia che si alternano a quel “tutto scorre”, irrefrenabile destino “fluente verso la sera” e al contempo affermazione di una forza che si trasmetterà, si spera, ad altre generazioni: “Avere un fine di liberazione /come faro lontano” nel caleidoscopio della Storia di chi “tutto è costretto ad accettare” (“La Storia”).
Il senso di vacuità del reale domina nelle riflessioni relative alla decadenza antropologica (“Divenire”), alla fragilità culturale e di prospettive delle giovani generazioni: “Giovani compagne/[…] fiori di una sola primavera/ senza speranza di visione futura.” (“Giovani compagne”). Mentre l’asserzione “Sono una forma del divenire”, mancando il soggetto grammaticale riferito alla voce verbale – sono – potrebbe, se in prima persona, rappresentare l’affermazione dell’Io, della propria capacità di resilienza -“Acqua e fuoco”- della fiducia nella forza vitale dell’amore, così importante nella sua stessa vita: “un amore che dura anche in assenza” (“Quel che rimane”) – che pare “poter vincere qualunque muro/impotente all’alitar della morte.” (“Amore e morte”).
Le bandiere sventolanti nelle piazze, che animavano le precedenti raccolte, sono qui sostituite da: “Ora noi a nude mani alzate, /protese/contro frane di diritti/rubati, la Madre Terra /sventrata […] Il Sistema. /Proteo che uccide per non morire.” (“Proteo”). Un atteggiamento di impotenza insolito in quest’Autrice così appassionata, tanto che i toni di denuncia sfiorano lo sconforto. Tuttavia, il testo conclusivo – “Quando riproveremo” – è un grido di speranza, a futura memoria – l’idea che sia necessaria una maggiore libertà nella concezione del partito ed è anche l’attesa di un avvenire di equità e giustizia, quella che ha sempre ispirato la sua vita, così intensa e ricca di sentimenti e di fede nel futuro. Ė la fedeltà a sé stessa, che si proietta in un domani che dovrà essere affermazione comune, non solo anelito privato, “senza la cappa del partito/Stato/ opprimente e onnipresente/ pur astratto e lontano/ come ora il mercato.”

Laura Cantelmo

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