Anticipazioni
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Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa
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Danila Di Croce
Inediti
Con nota di lettura di Adam Vaccaro
Nota di poetica
“Quello che cerca col suo bastone / il cieco è la luce, non la via” (Hugo Mujica). E io procedo a tentoni, non sapendo bene nemmeno dove mi trovo, perché il cammino con la poesia può prevedere soste lunghissime o svolte improvvise ed è così multiforme da lasciare attoniti.
C’è tuttavia una sete da interrogare, anzi da tenere ben viva. E bisogna fare i conti con una cecità che si appoggia a qualcosa di tanto esile e leggero, da tenere in mano, però, come un sostegno prezioso. Cosa fa la poesia, se non affiancarsi al mio passo vacillante che si illude di intraprendere una via, quando invece è alla luce che chiede dimora? E lei, dritta e ferma nel suo inconoscibile intento, non si piega sotto il peso delle mie esitazioni. Continua a sostenere che andare è il verbo degli occhi.
Danila Di Croce
Davvero c’è da sciogliere e chissà
se tutto poi ritornerebbe vergine
il nostro dialogo e con lui il pianto
onesto della comprensione – il cielo
di nuovo acceso da una fiaccolata
di voci.
Indovinare in ogni nodo
un cedimento delle maglie, forse
lo sfiato per le risa, una caparra
che già significa liberazione.
*
Se tutto poi dovesse celebrarsi
in silenzio tra di noi, farsi muta
accensione dello sguardo che svela
questo sarebbe un tratturo, una via
erbosa di parole troppo alte
per passare, così, in transumanza
di voce che bela scomposta al vento.
*
Ancora non s’apre il guscio di questo
giorno, eppure c’è un verde che matura
insieme alle stelle: collassa ogni atomo
di storia, ogni invenzione si squaderna.
L’estasi asciutta della voce tarda;
non sa che dire addio è il più sicuro
dei proclami, il più maldestro indizio
d’affezione, l’isola che ricama
appena un punto a croce sulla tela.
*
Quel sovrappiù di vita che ci scappa
dalle mani, si leva dai fondali
e dall’alto delle cime, s’impagina
negli anni e poi s’invola
altro non chiede
agli occhi che una folle ostinazione:
appuntarsi smagati lungo il ciglio
del vuoto e lì sorprendere l’inganno
della fine. Del viso esterrefatto
che ghiaccia.
E usarlo allora come perno,
quest’abisso, per una saldatura
dei frammenti stretti stretti e accorpati
allo sguardo che ha in custodia il mistero.
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Nota Biobiblio
Danila Di Croce è docente di Materie letterarie e Latino al Liceo Scientifico di Atessa (CH). Dove ancora non siamo nati (puntoacapo 2024) è il suo ultimo libro di poesia, già vincitore nel 2023 come silloge inedita sia al Premio Lago Gerundo, Punto coronato (ed. Carabba), è del 2011. Più recentemente ha pubblicato Ciò che vedo è la luce (peQuod, 2023), opera vincitrice al Premio InediTO – Torino 2022 Suoi testi sono presenti su diversi blog e antologie legate a premi letterari.
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Nota di Lettura
La luce e l’ignoto sono i due piloni della tessitura tra cui nasce e si sviluppa la poesia di Danila Di Croce. In mezzo, dondolano non detti la coscienza del limite, la memoria e l’esperienza del vissuto, che non possono dare risposte ma senza di esse, i due piloni rimangono idiozie disperate e incapaci di restituire e appagare quel bisogno di senso, senza il quale la vita e la poesia si riducono a belato.
Dunque, se “andare è il verbo degli occhi”, è innervato in esso il bisogno epifanico che “altro non chiede/ agli occhi che una folle ostinazione”. Rispetto a cosa? Rispetto al bordo tra noto e ignoto, che cancella le illusioni di essere a bordo, e con in mano il timone. Per cui “smagati lungo il ciglio/ del vuoto…”, cerchiamo di “sorprendere l’inganno/ della fine”, cercando ciò nonostante di “usarlo allora come perno,/ quest’abisso, per una saldatura/ dei frammenti stretti stretti e accorpati/ allo sguardo che ha in custodia il mistero.”
Danila non cerca luci soffuse, parole appagate di sé in un gioco verbale evanescente di certo poetese, che crede la poesia sia tanto più ricca quanto più rarefatta e con significati imprendibili, confondendo complicazione e complessità.
Siamo nudi e indifesi sulla giostra della vita e lungo il cammino nel mondo. A noi, poeti della parola o di ogni altro medium, non necessariamente inserito sui cataloghi che definiscono l’Arte. La poesia può essere forma e anima che scaturisce di qualunque prassi umana, secondo il magistero di Gian Battista Vico, che affermava la possibilità di qualificare la fisica, la chimica o ogni altra attività o disciplina, come poetiche, se non rinchiuse e accecate in finalità strumentali e aliene da egocentrismi venali, entro uno sguardo aperto oltre il proprio finito.
Diamo conto, lungo tali paradigmi, al nostro cammino, e troveremo risposte, non in noi, ma negli scambi e nelle esperienze condivise in altri fratelli e sorelle, che vivono e si muovono nello stesso ignoto irresolubile.
Credo che questo sia l’alveo che genera e in cui fioriscono i versi di Danila Di Croce. Dopo di che, la forma ne consegue tra enjambement e assonanze, accompagnati e tradotti da ritmi adiacenti a un respiro, che trasmette una senso di preghiera. Senso consono ai limiti sfiorati davanti a un senso laico del sacro, col dettame di fermarsi, mentre si procede lungo il terreno e il territorio vissuti, che non a caso diventano quel tratturo, ricco di memorie e condivisioni della Regione in cui è nata è nata, vive e ne trae sollecitazioni creative il Soggetto Scrivente.
Adam Vaccaro
Il mio più sentito ringraziamento per l’invito e per lo spazio dedicato ai miei inediti. Ho trovato particolare puntuale e acuta la nota di Adam Vaccaro.
*particolarmente